C.S.I. in cucina: A tavola – 1ª parte

Come per i prezzi dovrò spezzettare in più capitoli questo argomento date le troppe argomentazioni non trattabili con un solo post. Spero che apprezziate questa serie di articoli sull’analisi dei comportamenti a tavola senza che ciò possa trasformarsi in antipatiche osservazioni non necessarie dei vostri ospiti o dei vicini al ristorante. Personalmente non lo faccio mai, ma la conoscenza è sempre cosa buona e dunque, citando Dante: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza.”

Uno dei libri più interessanti che mi è capitato di leggere negli ultimi anni è sicuramente “I volti della menzogna” di Paul Ekman. Il libro, ormai diventato un classico, tratta in modo scientifico e approfondito di come il nostro corpo comunichi incessantemente messaggi che possono essere interpretati dai nostri interlocutori. Ricordo, per chi non lo sapesse, che i libri di Ekman hanno reso possibile la bellissima serie TV interpretata da Tim Roth “Lie to me”. A tavola il comportamento è, solitamente, spontaneo dunque ci si dovrebbe trovare su di un terreno fertile per delle osservazioni sul linguaggio corporeo. Ekman, intelligentemente, però mette in guardia sull’utilizzo del suo lavoro: in parte per via dell’alta possibilità di errore soprattutto se neofiti della disciplina, e in parte, perché  non tutto ciò che è gesto o espressione corrisponde automaticamente ad aspetti caratteriali o intenzionali di un individuo, ma, fondamentalmente, per non rovinarsi momenti piacevoli fissando amici e parenti per cercare di cogliere aspetti della loro personalità. Certamente però la tavola, nel corso dei secoli, è sempre stata un territorio molto fertile per ottenere informazioni o per iniziare trattative. Corti di re, spie, mafia, politici ed in genere chiunque traffici in intrallazzi vari ha spesso invitato a tavola i suoi interlocutori per avere la possibilità di dialogare intimamente, anche con più persone contemporaneamente per cercare di conoscere più chiaramente le intenzione degli altri, riguardo possibili decisioni da prendere o altro. Anche con i nostri partner, spesso, interagiamo davanti a delle vivande: chi non si è mai confidato o dichiarato davanti ad un aperitivo, una pizza o ad una cena al ristorante?  Anche le odiate cene di lavoro servono a questo, conoscersi meglio, socializzare e dunque avere un rapporto migliore con gli altri. Ma quante cose possiamo sapere a tavola? Molte se si è dei conoscitori comportamentali e dei capaci osservatori.

Prima di analizzare i piccoli gesti inconsci e i comportamenti abituali a tavola bisogna limare un po di cose che ritengo abbastanza scontate sul comportamento in genere. Il modo di stare a tavola, come altri aspetti della vita quotidiana, si differenzia molto tra culture europee ed extraeuropee come pure tra le regioni all’interno dell’amato stivale. Le differenze possono essere anche piuttosto nette come l’uso delle posate, gli orari delle cene tra nord e sud, le differenze culinarie tra cultura cittadina e contadina, ecc. Addirittura tra famiglie possono esserci sostanziali differenze del comportamento a tavola. Ma sono le differenze religiose che possono essere addirittura abissali, non solo nei comportamenti, ma anche nel tipo di vivande che vengono servite a tavola. Le differenze religiose sono particolarmente facili da riconoscere quanto utili da sapere soprattutto oggi che la nascita di società multiculturali, la presenza sempre più numerosa di persone immigrate e di italiani di seconda e terza generazione stanno favorendo l’espansione di abitudini e di prodotti alimentari ispirati a scelte religiose. Anche se l’eventualità di essere invitati o invitare ospiti di religioni diverse non è proprio comunissima non possiamo evitare di tenere conto che questa possibilità è in deciso aumento. Per evitare inconvenienti, solitamente, si media andando incontro all’ospite dirottando l’invito in un buon ristorante che rispetti le sue abitudini alimentari e possibilmente, anche le nostre. La crescita esponenziale di ristoranti etnici o di stampo religioso nelle principali città italiane sembra inarrestabile ed è praticamente impossibile non trovare punti di ristoro dove si possano gustare prodotti dedicati a tutte le fedi diverse dalla nostra.

Vediamo un piccolo riassunto del rapporto tra religione e cibo nelle principali fedi mondiali. Faccio notare che si tratta prevalentemente di rapporto con il cibo e non di comportamenti particolari a tavola. Questi ed altri aspetti verranno esaminati in altri articoli.

  • I musulmani non servono bevande alcoliche mentre nella libagione ebraica, non può mancare il vino:  l’ebraismo è strettamente legato al frutto dell’uva. Con il vino, secondo l’ebraismo, l’uomo può avvicinarsi alla perfezione.
  • Per il musulmano e l’ebreo niente maiale e la carne deve avere una particolare macellazione secondo il rito islamico (Halal). Il tipo di macellazione delle bestie è lo stesso per musulmani ed ebrei ma quando servita in tavola il modo di macellare la carne non comporta differenze visibili e non influenza neppure il gusto.
  • L’uso del pane azzimo non è un obbligo ne un tabù per nessuna religione ma è solito essere mangiato per tradizione durante la settimana della Pasqua Ebraica. Dal rispetto delle regole ebraiche, inoltre, derivano alcune differenze nelle cucine nazionali e regionali: antichissima quanto gustosa per esempio è la cucina giudaica romanesca.
  • Il cristianesimo pone l’uomo libero in ambito alimentare. Per i pranzi e le cene cristiani osservanti ci si limita alla preghiera comunitaria di ringraziamento che precede e segue il pasto consumato. L’unico limite posto è per la carne e gli insaccati nei venerdì di Quaresima, il digiuno il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.
  •  L’Induismo ritiene che ogni forma di vita sia sacra e, oltre al divieto di uccidere l’animale sacro per eccellenza (la mucca, considerata fondamentale per la vita contadina), prevede il vegetarianismo. Altra proibizione, ma che non è tassativa è il consumo di alcolici.
  • Buddha invece non ha mai vietato espressamente la carne, ma non consumarla segue il precetto del rispetto per ogni forma di vita e a contribuire affinché nel mondo ci siano meno uccisioni possibili. Quindi il vegetarianismo è considerata pratica positiva, ma da non da ritenersi tassativa: basti pensare che un monaco buddista, di norma vegetariano per scelta, non può comunque rifiutare un piatto di carne che gli viene offerto perché l’accoglienza della generosità altrui è più importante di qualsiasi regola alimentare.
  • Nella tradizione buddhista, anche per quanto concerne il cibo, si condanna la ricerca del piacere fine a se stesso, privo di considerazioni sulle conseguenze.
    Se la carne è consumata per il suo gusto ed il piacere che ne si ottiene, pur sapendo che questa non è necessaria per la sopravvivenza, si compie un atto ingiusto.
  • Simile in parte al buddismo nel pensiero taoista un cibo perfetto, assolutamente equilibrato, valido per tutta la vita non esiste: Molto vicino a dei precetti di medicina il rapporto del taoista con il cibo richiede che la persona ascolti il proprio corpo e le sue necessità, provvedendo a fornirgli il giusto equilibrio alimentare. Riguardo alla carne, l’unico limite imposto dal pensiero taoista riguarda le pratiche con le quali questa è stata prodotta: non si consumano carni derivanti da pratiche indegne o inumane; il vegetarianismo non è obbligatorio.

 

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