Il contributo della cucina americana all’Alta Cucina

In un sito di cucina e indagine è inevitabile citare Nero Wolfe, il mirabile personaggio creato dalla penna del coltissimo Rex Stout. Nel suo romanzo,”Alta cucina”, l’investigatore gastronomo si trova a dover risolvere un delitto negli ambienti degli chef stellati. La storia scorre tra ricette misteriose e gare fatte di assaggi di specialità mirabolanti, ma una delle parti più interessanti del libro e che mi ha dato questo spunto di riflessione è la conferenza finale che deve tenere Nero Wolfe di fronte alla platea di cuochi. Questa conferenza tratta il tema, come da titolo di questo articolo, del contributo della cucina americana all’alta cucina internazionale.

Ammetto che nella mia ignoranza sono sempre stato tra quelli che credono che il massimo proposto dall’America siano gli hamburger o delle volgari copie dei nostri formaggi o vini. Beh dopo avere letto il romanzo sopra citato ho riflettuto e mi sento in dovere, se non di cambiare idea, almeno di correggere il tiro e dare a Cesare quel che è di Cesare.

Se ci pensate il nuovo continente è stato colonizzato in massa dagli europei. Primi fra tutti gli spagnoli (insieme agli italiani: Cristoforo Colombo ce lo vogliamo mettere?) poi francesi inglesi, olandesi e a seguire, dopo la nascita degli States, la crescita e la conseguente immigrazione. In pratica, dai primi anni del novecento in poi l’America è diventata il più grande  calderone di culture e razze che si è mai visto prima sulla terra.

Inevitabile che tutta questa gente portasse con se le sue tradizioni comprese quelle culinarie. Tradizioni che inevitabilmente si sono radicate sul territorio e modificate di conseguenza a seconda delle possibilità del ingredienti, del clima, etc.

Parliamo di almeno cento anni fa dunque lontani dall’idea di globalizzazione e di volgari imitazioni del made in Italy e non solo. Cento anni fa la produzione era del tutto autonoma negli States e non aveva nessuna intenzione di essere in competizione con il resto del mondo. Immaginate un agricoltore emiliano emigrato e che conosce la ricetta della fabbricazione del parmigiano, dovrebbe rinunciare a fabbricarlo? E’ evidente che la ricetta sarà simile ma non uguale al prodotto nostrano. Si tratterà di un formaggio del tutto nuovo per via del componente principale (il latte), per via del clima, e per di chissà quanti altri fattori. Diverso si ma non per questo criticabile. Tenete presente che sto parlando di alimenti di fabbricazione artigianale e non di contraffazioni industriali tanto in uso oggi. Faccio presente che il libro di Stout e del 1938.

Credo dunque che esista ( o almeno esisteva) una cucina americana che noi non conosciamo realmente. Una cucina casalinga e fatta di prodotti artigianali lontana dall’idea che ci arriva dai numerosi programmi televisivi che mostrano soltanto abbondanza di cibi a discapito della qualità.

Mi limito, per concludere, a citare un passo del libro dove nomina ricette a me sconosciute ma che confesso mi piacerebbe assaporare.

Ma avete mai assaggiato un brodo di pollo con lo xeres?

No.

Avete mai mangiato una bistecca al sangue alta due dita, guarnita di prezzemolo americano e di fette di limone nostrano  circondata di una purea di patate che si scioglie sulla lingua con fette di funghi freschi ancora un po al dente?

No.

Avete mai assaggiata la trippa alla Creola alla moda di New Olrleans? O il prosciutto del Missouri cotto con aceto, sidro dole ed erbe aromatiche? O il pollo in salsa d’uovo coagulata con uva passa, cipolle, mandorle, xeres e salsicce messicane? O l’aragosta alla Newburgh?

Confesso la mia ignoranza e mi propongo se andrò un giorno negli States almeno di assaggiare la trippa di cui sono un appassionato estimatore. Che acquolina!!!

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