Identity crisis

Identity Crisis è un gran bel gioco di domande che ha vinto nel 2008 il prestigioso premio inglese UK Games Expo Awards. Lo abbiamo rispolverato l’altra sera e devo dire che si tratta di un gioco che, nonostante abbia delle regole comprensibili anche dai più piccoli, nel suo svolgersi, mette in moto in maniera intelligente, come solo i giochi intelligenti sanno fare i nostri, a volte addormentati, neuroni. Gioco importante sulla capacità di fare domande corrette per giungere al più presto alla giusta conclusione come per ogni indagine che si rispetti.
Il gioco come dicevo è semplicissimo. Si piazzano le proprie pedine sul tabellone, si sceglie una categoria di partenza tra oggetti, luoghi, personaggi o animali, si lancia un dado e si comincia a fare le domande per capire chi “siamo”. Si perchè la categoria che dobbiamo indovinare è posta di fronte a noi in maniera che tutti possano vederla noi esclusi. I lanci di dadi sul tabellone permettono di formulare una domanda alla quale gli altri possono rispondere con un si o con un no, in alcune zone del tabellone viene invece consentito il lancio di un dado da 10 facce che ci darà un’informazione preziosa sulla nostra identità nascosta. Il primo giocatore che riesce ad indovinare tutte e quattro le categorie poste di fronte a lui viene dichiarato vincitore. Esistono numerose varianti di questo gioco come ad esempio il bellissimo Coyote edito da Oliphante dove si deve indovinare la somma dei numeri posti sulla testa dei giocatori con ragionamenti matematici particolarmente interessanti.
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Ed ora passiamo al solito pistolotto sull’investigazione che di solito non legge nessuno purtroppo. Comunque io credo in quello che faccio e proseguo dunque imperterrito nel mio intento più o meno educativo.
Porsi delle domande aiuta a crescere, porre delle domande ci aiuta a conoscere il mondo che ci circonda, e la capacità di porsi e porre le domande giuste nella vita è una virtù che va coltivata.
Ma esiste un modo giusto per porre delle domande?
Prendiamo gli insegnanti di scuola, come interrogano un allievo? Esiste uno standard per le interrogazioni? Fortunatamente no!
C’è la preparazione da parte di uno studente che dovrebbe essere più o meno equilibrata agli altri allievi della sua classe e quindi, l’insegnante dovrebbe proporre una serie di domande che, non potendo essere tutte uguali, per correttezza, dovrebbero avere almeno gli stessi parametri come grado di difficoltà per tutte le interrogazioni dei vari alunni che compongono la sua classe.
Ma è possibile stabilire quale grado di difficoltà è in grado di affrontare un individuo in un determinato momento della sua vita?
E un insegnante è in grado di stabilire la difficoltà di una sua domanda?
Chiaramente sto vagheggiando come al solito: gli insegnanti fanno bene il loro lavoro così come gli alunni fanno bene la loro parte comprese quelle volte in cui non si sono preparati abbastanza.
Quello che intendo dire è che la giusta formulazione di una domanda richiede preparazione. Vediamo alcuni esempi:
Nella scuola, la preparazione per stabilire la comunicazione giusta tra allievo e insegnante, si ottiene tramite lo studio (conoscenza) e l’esperienza di lavoro (professionalità), mentre tra dottore e paziente il presupposto è che alle risposte corrisponda una verità da parte del rispondente poiché entrambe le parti cercano la soluzione del problema (Feeling). Un ricercatore scientifico cerca le risposte tra risultati ottenuti dalle sperimentazioni che poi saranno verificate da altri appartenenti alla sua comunità per una conferma (scientificità) ma nell’interrogatorio della polizia, a differenza della interrogazione scolastica fatta per verificare la preparazione di uno studente, si cerca di estrapolare informazioni di cui, l’interrogato, potrebbe essere o no a conoscenza. Quindi non domande per una risposta di verifica ma domande atte a fornire risposte/indizi che aiutino l’interrogatore verso la soluzione del problema.
Una via di mezzo viene praticata dagli assistenti sociali: devono aiutare qualcuno e per riuscire meglio nel loro intento devono avere più informazioni possibili sui soggetti presi in esame.
Al primo incontro, l’assistente consegna un questionario con delle domande standard, uguali per tutti gli assistiti, che cominciano a scremare tra le varie tipi problematiche di intervento. In seguito, individuato il problema reale l’assistente avvia un colloquio faccia a faccia con l’assistito e qui entra in ballo tutta l’esperienza dell’assistente che durante la lunga chiacchierata, tramite tecniche di feedback, cercherà di comprendere se la persona nel questionario ha risposto adeguatamente alle domande o se ha alterato le risposte per ottenere una assistenza diversa.
Diciamo quindi che non esiste un modo per formulare domande giuste. Queste devono variare continuamente in base a tre fattori: A chi stiamo chiedendo perchè e che tipo di risposta dobbiamo ottenere.
L’ attenzione alle risposte è invece unica. Da esse dobbiamo essere sempre in grado di risalire a ciò che stavamo cercando. Quindi massima dedizione alla ricerca del nascosto anche quando di fronte a noi pensiamo di avere il più genuino degli individui.
Il Feedback, è quella tecnica studiata per consentire a chi formula le domande di ottenere informazioni che potrebbero rimanere celate nelle risposte verbali.
Di queste tecniche utilizzate abbiamo parlato in occasione di altri giochi dedicati alla comunicazione.
Le applicazione pratiche del formulare domande e di valutare le risposte credo siano impossibili da elencare. Come dicevamo, fin da bambini, porsi/re delle domande e dare/si delle risposte aiuta a crescere: nei rapporti, nel lavoro, nello studio ecc.
Quindi mi sento di sostenere che domande e risposte sono una “pratica” della vita.
Oggi si può fare anche un pratico esercizio nelle chat delle varie comunità virtuali sparse su internet. L’applicazione, non è realmente facilissima visto che spesso non siamo in grado di verificare l’ attendibilità dei nostri interlocutori, ma, proprio per questo motivo, credo si debba intensificare lo sforzo per cercare di comprendere, dalle sue risposte/domande chi realmente si cela dietro un nick: uomo, donna, vecchio, giovane…. impossibile da decifrare?…. non proprio.
Ad esempio in una comunità di artisti domande di un certo tipo (es. parlare di un determinato artista o genere artistico) ci puo fare capire la preparazione, il grado culturale o semplicemente se esso si trova in quella comunità per fare solo nuove conoscenze o se si trova lì per condividere, con altri legati dallo stesso interesse, le proprie esperienze ecc.
Argomenti giovani (generi musicali, fumetti, cartoons, programmi scolastici, ecc. potrebbero non trovare risposte adeguate se chi si trova aldilà del web ha una età superiore (o inferiore in base all’ argomento di discussione) a quella dichiarata….
E’ anche vero che nel web troviamo tutto e il contrario di tutto (uno specchio del mondo).Ho semplicemente fatto un paio di esempi per evidenziare come ( se non abbiamo la webcam) un piccolo sforzo dedicato a formulare le domande giuste sia importante e, in parte, renda possibile aggiungere qualcosa al non detto da chi sta comunicando con noi. Da notare che Google risponde quasi immediatamente a qualsiasi risposta, dunque il nostro interlocutore potrebbe consultarlo e tentare di ingannarci ma un buon formulatore di domande non incorre in questo problema. I tempi di risposta la dicono lunga su chi abbiamo di fronte. Provare per credere!
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